giovedì 25 maggio 2017

La diagnosi difficile e l'importanza dei trattamenti non farmacologici



La complessità nella presa in carico del malato di Alzheimer è legata a diversi fattori, innanzitutto di tipo diagnostico. La malattia, infatti, appare più come una costellazione di malattie con tratti sintomatici comuni ma non sempre omogenei. Sia sul piano dei sintomi cognitivi, comportamentali e somatici che su quello delle analisi di laboratorio, attraverso l'osservazione di specifici biomarcatori anatomici e funzionali, emergono aspetti contraddittori, sovrapposizioni con altre problematiche, e risposte non univoche alla sperimentazione farmacologica.
Inoltre, l'esordio dei primi sintomi della malattia è spesso insidioso, raramente acuto. Piccoli segnali che possono essere mal interpretati o sottovalutati.
Dentro a questa complessità, è importante essere integrati in una rete di supporto capace di rispondere a diverse domande e diverse esigenze. Una rete che è bene attivare il prima possibile in modalità che siano innanzitutto adeguate alle caratteristiche e alle esigenze della persona colpita.
Al momento, tuttavia, è bene ricordare che non esiste una cura farmacologica specifica per la malattia d'Alzheimer. I farmaci a oggi utilizzati sono a sostegno di manifestazioni sintomatiche specifiche, di tipo psichiatrico o psicopatologico. E come tutti i farmaci psicoattivi hanno effetti collaterali importanti.

Una delle problematiche principali correlata all'Alzheimer è la depressione: ipotono, stanchezza cronica, apatia, mancanza di iniziativa, riduzione del campo e degli ambiti di azione quotidiana sono i sintomi più frequenti.
In alcuni casi, sintomi apparenti di demenza possono essere in realtà causati da una vera e propria depressione che, se curata adeguatamente, possono rientrare abbastanza velocemente. Non si tratta quindi in questo caso di Alzheimer.
Ma negli altri casi, qualora sia confermata la diagnosi di Alzheimer, i sintomi depressivi possono ampliare e accelerare il decorso degenerativo. 
La rete è quindi fondamentale per sostenere la persona e i suoi familiari.
Definire per esempio una serie di occupazioni durante la settimana, congruenti con gli interessi del soggetto, sono un ottimo modo per ridurre i sintomi depressivi. 
Il coinvolgimento in attività espressive e creative può essere un ottimo modo per lavorare su questi disturbi. In molti casi, creare una serie di appuntamenti settimanali dedicati al volontariato coi bambini, al canto, al disegno, all'arte, ecc. diversificate e per questo tutte diversamente stimolanti, possono permettere alla persona di fare completamente a meno dei farmaci. E di tornare a dare senso al proprio vivere quotidiano.
Non si tratta, ovviamente, di vedere i trattamenti farmacologici in contrapposizione con quelli non farmacologici. Ma è importante comprendere che non essendoci al momento farmaci specifici per curare la malattia ed essendo la maggior parte dei farmaci normalmente somministrati come  sostegno per i sintomi comportamentali ed emotivi, visti gli importanti effetti collaterali, è importante strutturare interventi alternativi capaci di offrire spesso risultati significativi e rapidi, in particolare nelle fasi iniziali della malattia.

Anche a fronte di una diagnosi chiara, il malato di Alzheimer resta una persona con il diritto di vivere al meglio possibile la sua vita. Dobbiamo sostenere e valorizzare in ogni fase le sue capacità residue. Ritengo che sotto questo aspetto ci sia ancora tantissima strada da fare, a partire dalla competenza dei medici di base, e dalla loro conoscenza delle opportunità offerte dal territorio.

L'assenza di terapie efficaci per l'Alzheimer ci impone di utilizzare anche altre strategie
da Le demenze. La cura, le cure. Maggiori editore

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